da Fragmenta numeroUNDICI dicembreduemilacinque
Mostre
MAESTRI DELLA SCULTURA IN LEGNO NEL DUCATO DEGLI SFORZA
di Paolo
M. Galimberti
In una affollata Sala della Balla al Castello
Sforzesco, il 20 ottobre è stata presentata la mostra “Maestri della
scultura in legno nel Ducato degli Sforza”, che raccoglie per la prima
volta una selezione di circa 100 pezzi scelti tra i capolavori del
Rinascimento Lombardo.
L’evento, che è il risultato di un decennio di riflessioni e studi
approfonditi, e che si accompagna a una campagna di restauri,
rappresenta un passo fondamentale nella rivalutazione della scultura in
legno, un genere capillarmente diffuso tra Quattro e Cinquecento.
Contrariamente a quanto ritenuto ne il comune sentire, tale tipologia di
opere non è limitata a madonne senesi o a polittici su altari tirolesi,
ma ebbe a Milano un centro di rilievo europeo, attenuato per la sua
intensa produzione solo dagli interventi controriformistici borromaici.
In realtà il legno vantava un impiego vasto e nobile (di legno erano in
gran parte le stoviglie alla tavola viscontea e poi sforzesca) e non era
considerato un materiale da falegnami ma fu apprezzato da grandi artisti
quali i fratelli Del Maino o i De Donati. Personaggi che i documenti ci
tramandano a stretto contatto con i protagonisti dell’arte italiana,
come Leonardo da Vinci o Bramante, Vincenzo Foppa, Bernardo Zenale,
Gaudenzio Ferrari…
Il legno infatti si presta più facilmente del marmo o della pietra ad
essere dorato e dipinto e, splendente d’oro e di colori, si colloca di
fianco alla migliore tradizione orafa. Inoltre il peso contenuto
permetteva di utilizzare le sculture in occasioni rituali dell’anno
liturgico ad esempio nella Settimana Santa.
Si pensi che era proprio di legno di noce dipinto e dorato la statua
della Madonna collocata nel 1393 sull’altare maggiore del Duomo, alla
presenza di una gran folla, con una solenne processione e uno spettacolo
che potremmo aspettarci dall’epoca barocca.
La mostra può vantare la presenza di pezzi assolutamente mozzafiato,
presepi con figure di angeli, pastori e pecorelle, madonne in trono col
Bambino, deposizioni. Citiamo ad esempio la deliziosa Ancona della
Natività, di Bongiovanni Lupi, proveniente dalla chiesa di San
Sigismondo a Rivolta d’Adda, oppure la Maddalena del principale maestro
rappresentato in mostra: Giovanangelo Del Maino. Di forte impatto visivo
il volto di Dio Padre, proveniente dal Museo del Duomo, collocato
proprio in apertura. Affrontando coraggiosamente i problematici
spostamenti di oggetti fragilissimi o mai movimentati prima perché
legati a luoghi di culto, la rassegna può vantare capolavori provenienti
dal Museo Bode di Berlino, Museo della Slesia a Opava, Victoria and
Albert Museum di Londra, John and Mable Ringling Museum of Art di
Sarasota.
I nostri soci sanno quanto siamo normalmente critici con le proposte
culturali milanesi, qui per la prima volta vogliamo sottolineare invece
il fatto che ci troviamo di fronte a una mostra finalmente all’altezza
di una metropoli importante come Milano.
Certamente quello che viene presentato rappresenta un importante
risultato negli studi. Di fronte a un solido impianto scientifico, nel
quale lo studioso trova motivo di interesse, l’evento sa coniugare anche
un’estrema godibilità e il profano si entusiasma per un fascino e una
bellezza emotivamente coinvolgenti. Certamente si resta abbagliati da
capolavori assoluti, ma questi non sono scelti con un intenzione solo
estetizzante, infatti il percorso espositivo e le scelte progettuali
danno la possibilità di una effettiva comprensione di quello che si
vede, proponendo efficaci accostamenti tra le opere.
La mostra infatti è circoscritta a una precisa tematica e limitata a una
tecnica, affrontata anche nei rapporti con la produzione artistica
coeva: l’esposizione infatti propone all’attenzione anche opere di
diverso genere quali pitture su tavola, smalti, oreficerie, motivi
figurativi testimoniati da disegni e stampe. Non si deve peraltro
dimenticare che al piano superiore l’allestimento permanente delle
raccolte d’arte propone la maggiore raccolta di scultura in marmo,
mentre alcune opere ora presentate (ad esempio il famoso Presepe di
Trognano), si erano potuti ammirare nel nuovo allestimento “Dagli Sforza
al Design: Sei secoli di storia del mobile” del Museo delle arti
decorative, presentato a giugno 2004. La scelta del Castello Sforzesco
si mostra pertanto assolutamente adatta nel permettere possibilità di
approfondimento e divagazioni con le raccolte permanenti. Speriamo solo
che l’ubicazione non sia penalizzante, in una città distratta e incolta,
dove unicamente Palazzo Reale ha il richiamo mediatico che garantisce
affluenza anche ad eventi di profilo bassissimo. Peccato comunque per
l’orario di apertura che penalizza i lavoratori.
Ci preme poi sottolineare come uno dei meriti della mostra, frutto di un
importante lavoro di ricerca condotto da un Comitato scientifico
presieduto da Giovanni Romano e costituito da Claudio Salsi, Marco
Albertario, Raffaele Casciaro, Daniele Pescarmona e Francesca Tasso,
essere stata realizzata con il fondamentale apporto dei funzionari e dei
conservatori delle Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello
Sforzesco. Non è un episodio slegato da quell’attività di ricerca e
studio che deve essere tra gli scopi principali delle raccolte museali.
Infine un ultimo motivo di apprezzamento è dato dalla presentazione di
grande fascino e suggestione. L’allestimento è essenziale, rispettoso
delle opere e non si impone mai sugli oggetti, ma è comunque attento a
valorizzare al meglio, sorreggere, proteggere e dare risalto alle opere;
si pensi alla difficoltà di scelta di tinte adatte da affiancare ai vivi
rossi, blu e oro delle sculture, risolta con la scelta di colori sabbia
e carta da zucchero; le opere di oreficeria sono collocate in teche
internamente in legno scuro, l’accurata illuminazione rispetta i
parametri ottimali per la buona conservazione delle opere, dando risalto
ai pezzi senza scadere in una presentazione “da gioielleria” che
talvolta tocca subire.
Segnaliamo anche qualche preziosità come l’aggiunta del lenzuolo in
cotone nella deposizione di Giovanni Del Maino, che dà senso alla
composizione.