da Fragmenta numeroUNDICI dicembreduemilacinque
LA SIGNORA DEL SARCOFAGO
di
Chiara Busani
“Il giorno 20 settembre 1991, predisposti gli
strumenti ed il personale necessario all’intervento, si è proceduto allo
scoperchiamento del sarcofago ancora in situ (…). Al momento del
sollevamento un rumore caratteristico segnalava la differente condizione
di pressione fra l’interno e l’esterno della cassa”. Pochi giornali di
scavo, in Italia e negli ultimi tempi, hanno potuto fotografare un
momento tanto suggestivo quale l’apertura di un sepolcro rimasto intatto
per quasi due millenni a riposare a soli due metri e trenta centimetri
prima al di sotto della pacifica vita contemplativa del Monastero di S.
Ambrogio, dello sferragliare di uomini in armi poi, nella caserma
napoleonica, e dell’andirivieni del mondo universitario.
Dopo lunghe e moderne indagini scientifiche esce ora un’accurata
pubblicazione che ne rende conto dall’interno, ossia dall’esperienza
diretta di coloro che a vario titolo hanno seguito le vicende della
“Signora” a partire da quel finire d’estate di quattordici anni fa. Si
tratta in particolare del IV volume di una collana dedicata alle
ricerche dell’Istituto di Archeologia, la cui incredibile necropoli di
media e tarda età romana, scavata in occasione dei lavori di ampliamento
dell’università, trova il suo più prezioso reperto proprio nel
sarcofago. Grazie alla stratigrafia esso è databile alla prima metà del
III secolo ed era collocato lungo una strada “glareata” che all’epoca
attraversava il suburbio sud-occidentale di Mediolanum.
Ci troviamo di fronte ad un reperto eccezionale per diversi motivi,
l’integrità innanzi tutto, non solo mantenuta a discapito dei predoni di
tombe ma anche dell’inevitabile lavoro del tempo; infatti, grazie a due
microfessure nello strato adesivo che sigillava il coperchio, è
penetrato un sottile strato di limo che ha inglobato lo scheletro e il
corredo preservando in parte anche i materiali più deperibili come i
resti vegetali.
Altro motivo di stupore è la semplice raffinatezza della sepoltura, in
apparente contrasto con il rango elevato della defunta: la nostra domina
doveva badare più al valore simbolico del proprio passaggio che alla
ricchezza terrena da mostrare ai vivi. In questo senso si capisce la
scelta di un sarcofago in semplice serizzo non intagliato e l’assenza di
gioielli in favore di oggetti ed elementi simbolici o preziosi non solo
per il proprio costo, come la resina profumata, riconosciuta come
Mastice di Chio, alla quale si attribuiscono proprietà conservative e
propiziatorie. La resina era posta in grande quantità attorno al capo e
in misura minore presso l’inguine; non mancavano poi ghirlande e mazzi
di fiori.
La giovane donna fu deposta con un corredo originale: il ventaglio in
pergamena dorata con manico-astuccio in avorio e la rocca eburnea posti
ai lati del corpo; la crocchia dell’acconciatura era tenuta da una
reticella di fili aurei intrecciata a finissimi cilindretti pure d’oro
mentre un diadema di foglie d’ambra era posto sulla fronte;
microbrandelli di diversi tessuti sono riconducibili alla veste, a una
stuoia adagiata sul fondo e a un leggero sudario. Molti gli elementi
che, per la propria unicità o particolarità, hanno offerto agli
studiosi avvincenti sfide interpretative: il grappolo d’uva posto sul
cuore, a significare la probabile dedizione della signora ai culti
dionisiaci; il singolare pozzetto scavato in corrispondenza del capo ma
separato dalla fossa di deposizione, del quale non si conosce l’esatta
funzione; la preziosa resina cui si è accennato in precedenza.
Un dato particolarmente proficuo che ci sembra emergere con forza da
questi elementi è la stretta collaborazione che si è creata tra
archeologi, antropologi, paleobotanici, chimici e altri scienziati,
tutti impegnati ad indagare aspetti estremamente specifici che vanno ora
a comporre un quadro davvero multiforme. Tornando per un attimo al
giorno dell’apertura del sarcofago dobbiamo infatti ricordare come ci si
rese subito conto della particolarità dello strato di limo che, se da un
lato inglobava tutti i reperti, anche minuscoli, tenendoli saldamente al
proprio posto, dall’altra questo stesso materiale isolato per secoli
nell’umidità della terra si trasformava nel volgere di minuti e ore in
una lastra di fango rappreso e fessurato. Immediatamente fu chiamato a
intervenire il Laboratorio di Archeobiologia dei Musei Civici di Como
che ha curato la delicatissima fase di microscavo e delle relative
analisi sui materiali rinvenuti. Le analisi osteologiche dell’Istituto
di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano hanno invece
permesso di intraprendere un’attività davvero suggestiva, vale a dire
attribuire un volto alla “Signora”, che morì tra i 25 e i 31 anni a
causa di un mieloma multiplo, attraverso una ricostruzione che ne ha
delineato i tratti fisiognomici. I passaggi della ricostruzione sono
tutti rappresentati in una tavola che parte dall’illustrazione della
struttura ossea per arrivare al volto completo.
Il volume indaga tutti questi aspetti analizzando singolarmente il
contesto storico, i processi scientifici dello scavo, l’identità della
“Signora” e il suo abbigliamento, la resina, gli elementi del corredo,
per renderli fonte di riflessione più ampia sui rituali funerari, sulla
Milano del III secolo e sull’apporto delle discipline archeometriche.
Concludendo ci sembra che l’opera, sicuramente rigorosa al punto da
soddisfare le esigenze degli specialisti, sia nello stesso tempo in
grado di appassionare un pubblico preparato ma non tecnico.
Anche grazie agli apparati iconografici e alla chiara progressione degli
argomenti, un semplice appassionato può figurarsi aspetti della propria
città e della vita che in essa aveva luogo attraverso le vicende di una
ricca concittadina di molti secoli addietro.
Sarebbe ora molto bello poter ammirare il sarcofago e la sua Signora
musealizzati, a beneficio di tutti, magari non lontano dai luoghi che
per lungo tempo l’hanno così efficacemente custodita.