da Fragmenta numeroTRE gennaioduemilatre
ARCHEOLOGIA E ANTROPOLOGIA FISICA
a colloquio con Cristina Cattaneo
a cura di Mariangela Punzi
Per questo numero ci siamo recati all’Istituto di
Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano per capire come e
perché vengono studiati gli scheletri. Abbiamo parlato con la Prof.ssa
Cristina Cattaneo.
Cos’è l’anatomopatologia?
È una scienza medica che studia le alterazioni che, nel corso delle
malattie, si manifestano nei tessuti dell’organismo. In questo caso
penso sia fondamentale spiegare bene cosa sia l’antropologia forense.
Noi abbiamo un laboratorio di Antropologia e Odontoiatria Forense, che
studia i resti scheletrici recenti a scopo giuridico e quelli antichi in
ambito archeologico.
Quali sono i metodi d’indagine che usate?
Si tratta sempre di metodi applicati sull’osso e sui denti: quelli
classici come l’osservazione esterna a occhio nudo, fino ai più moderni
come quelli al microscopio, radiografici e del DNA.
Che tipo di informazioni si traggono dai vostri
studi?
Guardando un reperto osseo si riesce a capire se questo è umano o
animale; dal bacino per esempio si stabilisce il sesso, dal cranio la
razza di appartenenza e poi l’età. Si riescono a capire anche aspetti un
po’ più particolari, come il lavoro svolto in vita: infatti ci sono
delle anomalie di alcune articolazioni peculiari di un certo tipo di
attività; per esempio gli arcieri avevano delle deformazioni molto
specifiche della scapola. Infine si cerca di capire quali malattie
affliggevano queste persone, che tipo di lesioni presentano e da cosa
possono essere state provocate.
Quali sono le malattie e le cause di morte più
frequenti?
Per quanto riguarda le malattie, è chiaro che si possono vedere solo
quelle di una certa entità, sufficienti a intaccare l’osso, quindi
infezioni di lunga durata, malattie congenite o dovute ad anemie molto
gravi. Si cercano anche segni di deficit nutrizionali. Attualmente, in
collaborazione con l’Università di Pavia, stiamo inserendo degli esami
chimici a proposito dei resti trovati nello scavo presso l’Università
Cattolica a Milano. Attraverso questi esami si riesce a capire se
l’alimentazione sia stata più o meno ricca di proteine, fibre e altro.
Ci sono poi delle malattie molto interessanti per l’archeologia, come la
tubercolosi e la sifilide che lasciano dei segni evidenti. Le patologie,
quindi, sono ben determinabili. È invece molto importante studiare le
lesioni, perché spesso ci aiutano a capire la causa della morte e a
ricostruire la dinamica degli avvenimenti.
Come è organizzata la vostra équipe?
Abbiamo una solida base di antropologia archeologica, nata per
sopperire alle carenze dell’antropologia forense, più avanti le vedremo
meglio. L’équipe è formata da antropologi, medici legali, biologi,
ricostruttori del volto e anche da botanici e archeologi.
I botanici sono utili perché possono aiutarci quando si trova uno
scheletro sepolto vicino ad una pianta. Infatti, quando si scava sotto
una pianta, le radici vengono tagliate, ma col tempo queste, ributtando,
raggiungono lo scheletro sepolto in quella buca; proprio a questo punto
il botanico, calcolando il tempo impiegato dalle radici a ricrescere,
può aiutarci a stabilire da quanto tempo è stata scavata la fossa e, di
conseguenza, risalire all’epoca del decesso.
Come funziona la collaborazione con gli
archeologi?
Oltre ai consueti rapporti di collaborazione durante i classici
scavi archeologici, la figura dell’archeologo sta diventando sempre più
importante, perché nel caso di un occultamento di cadavere (questa è
proprio l’archeologia forense portata alla luce dagli Inglesi alla fine
degli anni ’80) il corpo non deve essere rimosso con le ruspe, come
avveniva in passato; ora interviene l’archeologo a scavare
stratigraficamente i resti, come fosse una tomba antica, per riesumarli
nella loro posizione originale. Diventa molto importante vedere la
posizione in cui è stato messo nella tomba il cadavere e poi
importantissima la metodologia archeologica per il recupero e la
conservazione di tutti i reperti, registrandoli nella loro esatta
posizione senza rimuoverli. È decisivo dal punto di vista giudiziario.
Questo può essere un altro sbocco per la professione di archeologo, per
adesso si fa solo a Milano, un domani si spera di coinvolgere sempre più
persone che collaborino con le Procure e che diventino un punto di
riferimento per i medici legali.
Che nesso c’è tra archeologia e anatomopatologia?
Come dicevamo prima, questa è una disciplina che trova applicazioni
sia in ambito moderno sia antico. In entrambi i campi le domande che ci
poniamo sono sempre le stesse, ma gli orientamenti sono diversi.
Per esempio, gli scheletri antichi si studiano con lo scopo di
ricostruire la demografia di un popolo; sapere a quanti anni gli
individui morivano, individuare le componenti razziali presenti in un
territorio, traendo informazioni sugli spostamenti delle popolazioni. Un
esempio concreto: la necropoli scavata alla Cattolica, databile tra il
II e il V sec. d.C., ci presenta una Milano multietnica, mentre solo tre
secoli prima troviamo una popolazione più omogenea, ”alpina”. Poi ancora
l’alimentazione, lo stato di salute, le occupazioni, come dicevamo
prima, tutte cose che vanno ad integrare i dati ottenuti dagli scavi
sulle opere materiali lasciate da quegli uomini e le notizie tratte
dalla letteratura.
Quali sono, invece, le applicazioni in ambito
moderno?
Queste riguardano per lo più l’antropologia forense, che cerca di
rispondere alle domande che potrebbe fare un giudice. Se viene trovato
uno scheletro moderno in un bosco, bisogna identificarlo, dargli un nome
e un cognome, conoscere età, sesso e razza; se c’è stata violenza
bisogna trovare il colpevole, spesso in questi casi è necessario fare
anche la ricostruzione del volto della vittima da mostrare sui giornali,
alla televisione; poi poter proseguire con l’indagine e gli esami dei
denti, le radiografie, il DNA. Come si può capire, è fondamentale capire
la causa della morte e spesso ci si trova davanti solo pochi segni
lasciati sulle ossa. Bisogna distinguere tra lesioni ante mortem, che
hanno portato al decesso, da quelle subite nel corso della vita, da
quelle di origine tafonomica, post mortem.
Queste due discipline sono completamente
staccate?
No, in realtà sono due campi che si intersecano. L’antropologia
forense ha sviluppato, nello studio dei resti ossei, proprio l’aspetto
che riguarda le lesioni e i modi per studiarle, grazie al supporto della
medicina legale. Questi modi per studiare le lesioni vengono applicati
ai resti antichi; potremo così capire meglio le cause di morte anche di
uomini tanto lontani da noi. L’antropologia classica archeologica,
invece, ha fornito alla forense i mezzi per stabilire età, sesso, le
informazioni basilari per uno studio sui resti.
Diceva che fate anche la ricostruzione del
volto. Di cosa si tratta, come si fa?
La ricostruzione facciale, partendo dal cranio, è molto in auge in
questo periodo. A livello archeologico si fa a scopo museale, quando si
cerca di portare alla luce il passato tentando, anche, di ridare a
questi soggetti un po’ di umanità. Si tratta sempre di
un’approssimazione, ci sono dei canoni, anche se ci sono dei criteri
scientifici che vanno seguiti. Si procede mettendo degli spessori in
alcuni punti del cranio, dei punti fissi, che la letteratura del settore
ci dice debbano avere una certa entità. Infatti per ogni caratteristica
come sesso, età e razza esistono delle tabelle che ci indicano, appunto,
lo spessore della cute in certe zone e anche come prevedere la forma del
naso partendo dalle ossa nasali e quella delle labbra dalla forma dei
denti. Quindi si montano i fasci muscolari, si applica la cute e si
completa con tutto il resto. È un procedimento che si può fare sia a
mano sia al computer, con gli stessi risultati.
Tornando all’archeologia, avete fatto delle
scoperte che hanno modificato le convinzioni, le conoscenze tratte dallo
studio archeologico?
In effetti qualcosa è venuto fuori. Spesso dagli oggetti che
compongono il corredo funerario si stabilisce il sesso del defunto; in
qualche caso è successo che le analisi antropologiche abbiano
sconfessato le ipotesi fatte in base al corredo. Questo può avvenire
anche per errori nella diagnosi; comunque gli antropologi più cauti, nei
casi dubbi, danno credito all’ipotesi tratta dal corredo. Infatti
esiste, come in tutte le cose, una zona di sovrapposizione, donne con
caratteristiche più maschili e viceversa, per cui non sempre si riesce a
stabilire con assoluta certezza il sesso dello scheletro.
Si sono verificati casi in cui chiaramente le analisi hanno contraddetto
le indicazioni del corredo: si è scoperto che alcuni tipi di fibule,
tradizionalmente considerate di uso esclusivamente femminile, si
trovassero in sepolture maschili; quindi ora si pensa che quel genere di
monili venisse usato da entrambi i sessi.
Vedete come è importante che antropologi e archeologi collaborino! Non
si dovrebbero mai dare per scontate informazioni che, messe in comune,
andrebbero ad arricchire e chiarificare sempre di più il quadro storico.
Com’è, attualmente, la collaborazione tra di
loro?
Attualmente la situazione non è molto soddisfacente, per mancanze da
entrambe le parti. L’antropologo raramente chiede all’archeologo le
informazioni sull’epoca storica e sulle ipotesi interpretative fatte,
per cui, se si trovano segni dovuti a carestia sugli scheletri, ci si
dovrebbero chiedere le cause. Se è un fenomeno che si manifesta solo in
alcune classi sociali, allora si devono cercare riscontri nei corredi;
oppure, se si tratta di un problema di approvvigionamento del mercato,
si troveranno segni più estesi sulla popolazione, e così di seguito.
D’altra parte, a volte anche l’archeologo non ha l’apertura mentale per
comprendere l’importanza del dato biologico; spesso nel nostro Paese si
trovano archeologi che non hanno superato la barriera tra scienza e
mondo dell’arte.
Vi state occupando di studiare gli scheletri
dell’abbazia di Rossilli a Gavignano, dove il GAM da anni sta scavando.
Può darci qualche anticipazione?
Pensavamo che fossero solo scheletri di monaci, non ci aspettavamo
grandi sorprese, invece abbiamo visto subito che non tutti sono adulti,
ma ci sono anche dei bambini. Fisicamente, poi, sono estremamente alti e
robusti, sicuramente non sono autoctoni del Lazio, come lo intendiamo in
senso antropologico romano-medievale.
Inoltre presentano dei traumi, mortali e non, di notevole entità. In
particolare gli scheletri delle tombe 4, 5, 25 e 26 presentano forti
traumi da taglio, riconducibili ad armi molto affilate, lunghe e
pesanti. Bisogna notare che queste persone hanno subito ferite gravi
anche precedentemente all’evento mortale; infatti si vedono chiaramente
delle lussazioni delle articolazioni.
Come avete trovato il loro stato di
conservazione?
Si prestano bene allo studio. Seppur frammentari, soprattutto
alcuni, sono conservati bene, si riesce a riattaccarli, questo ci
permette di approfondire lo studio. Le ragioni di questa frammentarietà
sono dovute, per lo più, a motivi deposizionali e a causa dei traumi
subiti al momento della morte.
Ha parlato di bambini. Anche su di loro avete
notato questi traumi? Per ora non pare, ma uno di quelli feriti in
questo modo, che per loro era un membro maturo della società, per noi è
un ragazzo di 16-18 anni.
A che punto siete con le analisi di questi
scheletri?
Questo è solo ciò che abbiamo visto a una prima scrematura del
materiale, dopo averlo lavato. Adesso comincia l’esame paleopatologico
vero e proprio, speriamo di concludere per questa primavera.