da Fragmenta numeroCINQUE ottobreduemilatre
IN GIRO PER BOOKSHOP NEI MUSEI
di Paolo M. Galimberti
Il ristorante è veramente incantevole. Siamo seduti a
una tavola apparecchiata con eleganza, in un magnifico giardino,
illuminato da fiaccole, e ci godiamo un menu raffinato con un’ampia
scelta di vini pregiati. Purtroppo il locale non è vicinissimo: Utja
Károlyi Mihály 16, ma vi assicuro che se vi trovate a visitare il museo
Károlyi di Budapest, la scelta è la migliore. Eh sì! perché questo è uno
dei servizi offerti dal museo. Allo stesso modo se volete bere un caffè
in bar deliziosi, tranquilli e con un buon servizio, trovandovi a Vienna
o a Colonia suggeriamo il Museum der Stadt Wien e la nuova Pinacoteca;
al Kunsthistorisches Museum di Vienna il ristorante affaccia
direttamente sui saloni storici.. Ma non sono che i primi esempi che ci
vengono in mente. Non parliamo poi della fornitissima libreria al
termine dalla visita al British Museum dalla quale inevitabilmente si
esce avendo comprato almeno una cartolina, o dei punti vendita dei musei
di Parigi e di Madrid.
Quello che all’estero è da tempo la norma, non può vantare a Milano
nessun timido esempio (se si tolgono i distributori automatici di bibite).
Peraltro, come minimo il cosiddetto bookshop rientra nelle normali
aspettative dei visitatori dei nostri musei, almeno da quando la Legge
Ronchey ha permesso di creare questo servizio. Si noti comunque che
l’esterofilia del termine mostri come non sia ancora stato trovato un
vocabolo italiano adeguato.
Cerchiamo di capirne senso e utilità. Il normale Bookshop si configura
innanzitutto come libreria, e quindi offre ovviamente libri (cataloghi
del museo medesimo, studi e pubblicazioni sulle opere conservate in esso
o in istituti consimili); ai libri però è normale affiancare
oggettistica varia: riproduzioni di opere e pezzi famosi, cartoline,
poster, facsimili, e via scendendo per portachiavi, cravatte, tazze da
colazione eccetera. Non limitiamoci a pensare solo al caso dei musei di
arte, ma consideriamo anche musei archeologici, di storia naturale,
della scienza, acquari, raccolte e collezioni particolari, e soprattutto
mostre ed esposizioni temporanee.
Quale può essere la motivazione all’acquisto? La prima e più facile è la
ricerca del “souvenir”, soprattutto per città inserite in percorsi
turistici il visitatore può voler ottimizzare il poco tempo coniugando
gli aspetti culturali con il piacere dello shopping. Allo stesso modo
l’occasione può essere la ricerca di un regalo esclusivo o particolare,
di certo non banale.
Un secondo ordine di motivazioni è l’esame dell’offerta di una libreria
specializzata, dove trovare la produzione altrove non reperibile, testi
scientifici o particolari. In questo si vede una duplice azione: il
museo “catalizza” e richiama una clientela selezionata e la libreria
divulga gli studi e l’attività del museo. Quindi il museo promuove il
punto vendita e viceversa, attirando clienti l’uno e proponendo un
motivo di attrattiva in più l’altro.
Certamente la nostra sensibilità (e di recente anche la normativa)
pretende di trovare in un museo più che non la sola esposizione di opere
o oggetti. Tralasciando quelli che sono i servizi “scientifici” di
un’istituzione museale (biblioteca di studio, fototeca, archivio,
laboratorio fotografico, laboratorio di restauro), un museo vive se ci
sono dei servizi offerti: da quello più banale di un ampio orario di
apertura a un’offerta diversificata (un apparato didattico adeguato,
visite guidate o audioguide, eventi culturali, mostre, occasioni di
accesso diverse e alternative…) che aggiunga valore informativo o
ricreativo alla visita.
Come è normale un servizio di guardaroba, servizi igienici decenti (sarebbero
obbligatori per legge, ma si sa…) magari con fasciatoio per bébé, un
telefono a moneta, via crescendo si può passare dal distributore
automatico di bevande al bar, al ristorante e, ovviamente, a punti
vendita di libri e oggetti sempre più ampi.
Nell’affannosa ricerca di mezzi di sostentamento, in cui annaspano
istituti culturali sempre più in crisi economica, è sembrato che anche
la libreria potesse essere una ulteriore fonte di introito, da
affiancare al biglietto di ingresso, allo sfruttamento dei diritti di
riproduzione, da ultimo all’affitto o uso dei locali per sfilate di moda
o eventi mondani. Come intendere quindi la libreria: come un servizio o
come fonte di lucro? Le due cose non sono evidentemente in conflitto, ma
possono far nascere aspettative sbagliate.
Si deve considerare che le librerie sono un tipo di negozio peculiare,
con margini ridotti di guadagno (il ricavato per il libraio arriva al
massimo al 30 % contro un ricarico del 100 o 200% nell’abbigliamento);
in più il libro d’arte è prodotto difficile: con alti costi di
produzione e alto prezzo di vendita, e spesso una “durata” molto
limitata (come dimostrano le vetrine dei Remainders). Nell’attuale
tendenza di mercato sopravvivono solo le librerie molto grandi e con
un’offerta ampia, anche se non troppo approfondita, o le librerie
estremamente specializzate, che riescono a scavarsi una nicchia e una
clientela fissa.
Vorremmo quindi in conclusione avanzare il convincimento che il Bookshop
museale abbia due nature, e vada considerato sotto due aspetti. Come
esercizio commerciale ha regole e criteri propri, non necessariamente
coincidenti con il museo, in termini di strategie di collocazione,
promozione e marketing. Soprattutto ha come obbiettivo il maggior
profitto. Noi però riteniamo fondamentale soprattutto l’aspetto di
servizio, che nasce innanzitutto per vivere meglio il museo e per
offrire un valore aggiunto alle raccolte. Come tutti i servizi deve
certo essere gestito con criteri efficienti e giustamente può permettere
anche un ricavo; il guadagno però, per quanto necessario, diventa un
aspetto secondario, senza l’illusione per il museo di potersi
autofinanziare completamente con questa attività.