da Fragmenta numeroOTTO novembreduemilaquattro
IL MUSEO DI ARTE APPLICATA DI MILANO CAMBIA
PELLE
di Chiara Busani
L’imponente corpus delle Civiche Raccolte d’Arte Applicata di
Milano prese forma nel 1874 con la grande “Esposizione storica d’Arte
Industriale” che si tenne in città e che si concluse con la donazione al
Comune di parte delle opere esposte.
Il Museo è ospitato dal 1900 al Castello Sforzesco e nel corso di più di
un secolo si è arricchito e ampliato grazie alle generose donazioni e
alle lungimiranti scelte di direzioni che ritennero utile acquistare
opere contemporanee presentate nel corso di esposizioni di quel settore
che avrebbe trasformato la metropoli lombarda nella capitale dell’industrial
design. Le Civiche Raccolte di Arte Applicata rappresentano oggi il
più importante patrimonio in Italia per le arti applicate.
Dal 2000 e fino al 2003 è stata condotta una vasta e radicale operazione
di ristrutturazione degli impianti tecnologici del Castello Sforzesco,
circostanza che ha consentito di ripensare gli allestimenti delle
esposizioni permanenti ospitate dal 1900 nella dimora sforzesca secondo
criteri museografici aggiornati.
Come accadeva per tutte le raccolte del XIX e XX secolo anche il Museo
del Castello era fin qui organizzato secondo criteri espositivi
ottocenteschi, con una rigida suddivisione delle opere secondo una
logica formale e per classi omogenee, il tutto esposto in un piatto
ordine cronologico.
La finalità didascalica e didattica di questo genere di allestimento era
indubbiamente anacronistica e non rispondeva più ai ritmi e alle
esigenze del pubblico contemporaneo.
Nella scia di altri importanti musei quali il Mak di Vienna nel 1993 o
il Victoria and Albert Museum di Londra nel 2001, anche i Musei
Civici di Milano hanno quindi intrapreso una metamorfosi in senso
moderno proponendo un complesso di soluzioni espositive originali.
Per prima cosa il nome: “Museo delle Arti Decorative” sembra meglio
rispondere alla moderna sensibilità estetica e racchiudere in sé le
varie tipologie di opere che lo compongono. In questo articolo
analizziamo in particolare la raccolta di mobili.
Come superare la tradizionale divisione tipologica e cronologica?
Con la sinergia di due approcci, il primo che sceglie alcuni temi
esemplari ed episodi chiave della storia tutta milanese che ha definito
stili e tendenze divenuti cult dell’abitare e del gusto estetico
moderno.
Il secondo tenta di stimolare nuove percezioni nel pubblico che può
spaziare all’interno di un percorso ad accessi multipli, sicuramente più
libero e innovativo rispetto al tradizionale percorso fisso e lineare.
Un altro segno innovativo è il riflesso di alcuni assunti della
semiotica contemporanea come quello che assegna grande importanza al
contesto oltre che al testo: in questo modo il primo dà vita e senso a
un oggetto che di per sé preso potrebbe “parlare” solo ad un pubblico di
specialisti.
Credo in quest’ottica, la scelta della nuova esposizione è stata di
contestualizzare le opere esposte, ad esempio per mezzo di un impianto
didattico che propone tre diversi tipi di approfondimento su altrettanti
temi ricorrenti: la tecnica esecutiva, la modalità di produzione legata
alle botteghe e alla società, la committenza con la sua influenza su
modelli e tipologie, ognuno individuato da un codice cromatico.
Le opere sono inserite in vere e proprie quinte scenografiche che
riproducono un ambiente dove un pezzo esemplare è affiancato da oggetti
di diversa tipologia come dipinti, tappezzerie, arredi e complementi dal
valore documentale che aiutano a ricrearne il contesto e da elementi che
ne esemplificano la fase progettuale, soprattutto stampe provenienti
dalla ricchissima Raccolta Bertarelli.
Infine la novità che racchiude tutte le precedenti: il museo non sarà
più una proposta sempre uguale a sé stessa ma è ora concepito come una
serie di mostre permanenti dove i temi e gli allestimenti subiranno una
metamorfosi continua negli anni in modo da offrire spunti di lettura
sempre nuovi e con il vantaggio di poter esporre nel tempo un numero
molto più ampio di opere che a rotazione potranno trovare la giusta
collocazione e l’opportunità di arrivare al pubblico. La sola collezione
di mobili conta infatti più di duemila pezzi.
L’esperimento inizia con la mostra “Dagli Sforza al Design. Sei secoli
di storia del mobile”.
Fulcro e snodo del percorso è il Coretto di Torchiara – della seconda
metà del Quattrocento – imponente summa delle caratteristiche della
collezione ed emblema di tutti gli oggetti di arte applicata con le sue
valenze funzionali, architettoniche e ornamentali.
Di qui il percorso può snodarsi in senso cronologico, ma è anche
possibile il tracciato inverso.
La Sala XVII ospita la prima tappa simbolica identificata come “La Corte
e la Chiesa”, XV-XVI secolo, dove si possono ammirare esemplari del
tesoro visconteo-sforzesco con approfondimenti tematici su i cassoni, le
decorazioni dei cassoni (1350-1500) e un’area dedicata alla scultura
lignea (1200-1550).
La Sala XVIII è invece riservata a quel particolare fenomeno
cinque-seicentesco detto “Camera delle meraviglie” o Wunderkammer,
XVII secolo, che consiste in stravaganti e preziosissime collezioni
d’arte e naturalia su volere di ricche committenze che mirano a
costituire una sorta di privata summa dell’universo. Un oggetto di
rilievo in questo periodo è di conseguenza lo stipo, nella sua funzione
di custode di collezioni di valore. Lo Stipo Passalaqua è qui esposto in
tutta la sua complessa simbologia.
Segnaliamo in questa sala l’inquietante Automa diabolico dalla raccolta
del canonico Manfredo Settala.
La Sala XIX mostra la sovraccarica abbondanza e ricchezza degli “Intagli
barocchi”, 1650-1730, passando dal gusto barocco tra Roma e Genova al
più sobrio mobile intagliato lombardo.
Nella Sala XVI trovano posto due suggestioni simboliche.
La prima esemplifica le “Collezioni di nobili famiglie milanesi”,
1755-1800, attraverso l’arredo rococò e la collezione Sormani-Durini. La
seconda è un’articolata evoluzione del periodo moderno – dal 1770 ai
contemporanei – tracciata attraverso le opere dei “Maestri di stile”.
Nel periodo 1770-1840 si distingue per primo l’ebanista Giuseppe
Maggiolini, interprete unico e primo importatore del gusto della corte
viennese che rielabora fondendo suggestioni francesi e cinesi in
elaboratissimi intarsi eseguiti con 86 tipi di legno locali ed esotici e
dall’esecuzione accuratissima. Assieme al Maggiolini, Luigi Manfredini e
Giocondo Albertolli interpretano il nuovo gusto imposto dalla
committenza reale asburgica che da 1771 investe Milano con il
trasferimento di parte della corte viennese in seguito alle nozze tra
Ferdinando D’Asburgo e Maria Beatrice d’Este. Questo evento segna il
passaggio al sobrio gusto Neoclassico. Chiude questo periodo uno sguardo
al mosaico a uso toscano, nuova tecnica veneziana che attraverso la
fusione di vetri colorati rielabora le rinascimentali tarsie in pietre
dure.
Tra il 1850 e il 1890 inizia il recupero di stili passati fusi e
accostati disinvoltamente in virtù del loro valore “storico” e incarnati
nel cosiddetto mobile storicistico.
Le arti decorative tra Otto e Novecento è un tema che mostra come il
periodo 1890-1940 sia dominato dal fenomeno delle grandi esposizioni
d’arte internazionali, vere e proprie fucine per le sperimentazioni di
artisti di genio e dei rispettivi atelier.
Apre il cerchio Carlo Bugatti, primo interprete del moderno design e
anticipatore di un gusto esotico molto attuale. Segue l’atelier Quarti
con Eugenio e poi anche il figlio Mario che si guadagnano un posto di
primo piano a livello internazionale nel periodo tra il Liberty e l’Art
Déco.
Tra il 1920 e il 1938 sono Giò Ponti e la Richard Ginori a definire
chiaramente il rapporto tra arte e industria quale va delineandosi dalla
fine del XIX secolo. Ed è con il progetto “Domus Nova” che Ponti propone
la nuova dimensione del mobile: non più un oggetto esclusivo e unico ma
un prodotto seriale – seppur di ottima fattura – semplice, funzionale e
a prezzi accessibili. Il marchio “Domus Nova” viene distribuito da La
Rinascente a Milano. In mostra vediamo gli elementi della sala da
pranzo.
Non manca l’iconografia del periodo fascista, interessante perché ci
permette di prendere consapevolezza di uno stile che è scomparso con la
fine del regime ma che fu centrale ad esempio nella VI e VII Triennale
di Milano del 1936 e 1940.
Il lasso di tempo tra i due dopoguerra, 1928-1957, ci propone l’impiego
delle vetrate, elemento che conosce un notevole successo come
complemento d’arredo; il “barocco torinese” di Carlo Mollino, così
definito per la tecnica mutuata dall’aeronautica della curvatura a
freddo del legno; di nuovo Giò Ponti: il progetto, dove la sua proficua
collaborazione con l’industria attraversa tutte le fasi, dall’idea alla
produzione concreta del progetto.
L’ultima tematica che incontriamo – ma anche la prima, volendo – è
dedicata al recente passato degli anni 1981-2000 attraverso il tratto
innovatore di Ettore Sottsass e della società Memphis di cui è
cofondatore. Lo stile che scaturisce dal gruppo di designer
internazionali che partecipano all’esperimento è definito da essi stessi
“The New International Style” in rottura con il gusto precedente.
La mostra si chiude con il dubbio che Sottsass si pone sul futuro del
design, dominato ormai dalle logiche di marketing piuttosto che dalla
qualità del progetto.
La scelta di condurre il visitatore fin nelle più recenti esperienze
contribuisce a rendere la fruizione di questo spazio espositivo diversa
dal solito.
L’impressione che si trae uscendo dalla mostra permanente può essere di
vago disorientamento, dovuto probabilmente a un tipo di sintassi
espositiva nuova che richiede uno sforzo per superare abitudini
percettive consolidate, eppure molto più vicina al vivere contemporaneo
e ai suoi ritmi e spazi.