da Fragmenta numeroNOVE marzoduemilacinque
CURIOSANDO NEL MERCATONE DELL'ANTIQUARIATO SUL
NAVIGLIO GRANDE
di Chiara Busani
A Milano, in una gelida domenica di fine febbraio, può venir voglia di
dirigersi verso il nostro antico “fiume cittadino” per godere
dell’atmosfera festosa che si crea ogni ultima domenica del mese lungo
le sponde del Naviglio Grande.
Si tratta dello storico appuntamento con il Mercatone dell’Antiquariato
che tanto piace a chi ama curiosare tra cose vecchie, antiche, quasi
nuove, preziose o tremende, pezzi unici o in serie, della vecchia Milano
o dall’Africa Nera, ma nell’insieme sempre affascinanti.
Arrivando da Corso di Porta Ticinese o da Corso di Porta Genova si passa
davanti ai cafè dove chi si è svegliato tardi ed è incerto tra colazione
e pranzo decide di seguire la moda “milanese” del brunch
domenicale.
Ma questo fa parte della Milano che conosciamo bene. Arrivati alla
Darsena si nota subito uno strano brulicare di gente, vista l’ora, che
passeggia pacificamente proprio lungo le due sponde del Naviglio.
La prima cosa che ti salta all’occhio è che forse ti stai dirigendo
verso una bolla spazio-temporale dove i milanesi riescono a non essere
frenetici… è già un ottimo inizio.
Purtroppo il Naviglio è in secca per i lavori di sistemazione degli
argini e molta della poesia se ne va con l’acqua, ma basta non guardare
proprio al centro e farsi avvolgere dall’atmosfera tutta particolare che
questa parte della città è capace di conservare intatta e rendere a noi
passanti.
Un vecchio grammofono che dà voce a un tenore a me sconosciuto accoglie
i pochi che si aggirano qui all’ora di pranzo e li accompagna per un
pezzo.
Guardo tra le bancarelle con la curiosità distaccata di chi non sa
ancora bene su cosa si concentrerà la propria attenzione, in attesa di
essere colpita al cuore da qualche oggetto impossibile. Mi rattristano
un po’ le lampade anni settanta che ti guardano con l’aria malinconica
di chi sa di essere tutto impolverato e molto usato, ma sicuramente è
una mia impressione perché temo siano invece very trendy
di questi tempi. Lo sapevo: all’incrocio con via Casale, proprio sotto
al ponte di ferro, ecco che una stele tombale cinese della dinastia Han
del I secolo d.C. mi fa inchiodare e subito vedo attorno a lei delle
antiche statuette in legno nepalesi prodotte dall’etnia Gurung e altre
bambole dal Gujarat.
Cerco di carpire alcune informazioni dalla proprietaria della bancarella
che però, essendo impegnata a sorvegliare come una guardia svizzera i
canestri pieni di anellini in argento che ha dall’altra parte del banco,
mi dedica poca attenzione.
C’è una specie di labirinto – forse un gioco? intagliato nel legno
scuro, che ha un fascino sinistro e decido che non è il caso di indagare
su quel pezzo tanto bello e inquietante. D’altronde la folla di
ragazzine intente a provare gli anelli non mi lascia altro che
immaginare l’origine degli oggetti esposti.
Ho voglia di attraversare il ponte – di solito mi fermo incantata a
guardare il nastro d’acqua del Naviglio che mi scorre sotto – ma questa
volta scendo in fretta perché lo spettacolo non è edificante (bisogna
proprio amarla poco questa città per riempire il canale di Leonardo con
tanta immondizia).
Appena sceso l’ultimo gradino mi trovo davanti una cosa particolare, uno
di quegli oggetti che di solito fanno capolino nei negozi degli
antiquari: una torciera dei primi del Settecento, molto bella, con un
medaglione ovale nel mezzo che contiene un passo del Vangelo di San
Giovanni stampato in nero con le iniziali in rosso. Mi faccio vicina
alla signora Norma Bianchi, che si occupa di arte e antichità a
Castiglione Olona, e mi faccio svelare che la torciera a cinque lumi,
per secoli usata in chiesa per le funzioni accanto alla gemella,
proviene dalla collezione di una signora piemontese che, in tempi in cui
la tutela artistica era di là da venire, la ottenne chissà a quale
titolo. Se non fosse per il soggetto un po’ troppo impegnativo mi
verrebbe voglia di vederla in salotto e quindi chiedo il prezzo: 1.300
euro. Almeno non è da restaurare perché il legno rovinato è parte del
suo fascino.
Mi conviene piegare sull’etnico, molto più a portata di portafoglio e
decisamente di moda.
Inizia infatti una teoria di importatori dal far east e mi fermo
proprio dal primo che espone un basso tavolino circolare incavato con
quattro piedi che sono piccole assi verticali intagliate. Mi piace, c’è
anche la versione a semicerchio, ma la bancarella non mi ispira più di
tanto e vado oltre. Dopo pochi passi mi fermo invece da un simpatico
signore che sembra un intellettuale con velleità da mercante e inizio a
girare attorno al banco a mo’ di squalo in attesa che la logorroica
signora con amica al seguito si decida a liberare il campo.
Inizio subito a fare domande forse non troppo frequenti e trovo pane per
i miei denti: il signor Villasco è gentilissimo e mi spiega usi e
provenienze dei suoi tesori. In particolare chiedo subito di quel
tavolino circolare, tanto simile a quello dell’altra bancarella ma più
bello, più affascinante. La ragione in effetti c’è: si tratta di un
esemplare antico, non di un pezzo moderno fatto ad hoc per il neofita
del mobile etnico.
Il trucco sta nel valutare la profondità e la cura dell’intaglio e
nell’osservare, sul fondo del tavolino, una crociera in legno che va a
riempire l’antico foro centrale; questo perché il nostro bel tavolino
era in realtà una macina indiana per il frumento e, infatti, c’è ancora
un pertugio triangolare dal quale usciva la farina. Poi, mi spiega, il
chapati in pietra nera è una specie di tegame rotondo dove viene
impastata e cotta la focaccia di pane indiano, non lievitato. Ci sono
poi tantissimi plakard (parti anteriori di armadi a muro),
stipiti, finestre intagliate nella pietra, il tutto proveniente dalla
regione indiana del Rajastan. Tutto molto bello, mi allontano però
chiedendomi se gli antichi proprietari siano stati pagati il giusto per
questi bellissimi pezzi delle proprie case.
Mi sono fermata abbastanza per essere una che non compra niente e quindi
saluto con tanti sorrisi e proseguo.
Dopo un po’ ecco un vecchio trespolo da fiorista con tante pentole al
posto dei vasi. Il proprietario è un francese che olezza terribilmente
di vino, quindi chiedo giusto l’indispensabile: sono tutte pentole in
puro rame (me ne mette in mano una e cerco di immaginare il bicipite del
cuoco) provenienti dalla cucina di uno storico albergo di Milano ora
venduto. Intercettando la mia perplessità mi spiega che ora si usano
come fioriere.
Nel frattempo il freddo è diventato pungentissimo e fa già immaginare la
nevicata dei giorni successivi (sono tornata qui con la neve, verso
sera, quando tutti scappavano a casa per paura di rimanere incastrati
nel traffico: il Naviglio era meraviglioso).
Mi fermo giusto il tempo di raccontarvi che poco prima del secondo ponte
c’è una grossa bancarella che vende tantissimi oggetti provenienti
soprattutto dalle varie regioni dell’Africa, Nera. Dallo Zaire vengono
delle antiche “monete” di rame in uso fino ai primi del Novecento che
altro non erano se non la dote degli sposi nelle tribù non ancora
toccate da altre culture.
Non dobbiamo però immaginarci dei piccoli dischi di metallo: si tratta
di enormi cavigliere bombate, di armi stilizzate o di scudi che, oltre
ai significati simbolici che naturalmente racchiudevano, avevano un
grande valore economico e di maestria. Non doveva essere compito
semplice l’estrarre il prezioso metallo, il fonderlo e il lavorarlo.
Davanti a questi bellissimi manufatti mi viene da riflettere sul
significato che diamo oggi alle parole “oggetto prezioso”.
Bene, la temperatura glaciale mi autorizza ad addentare un bel pezzo di
focaccia ligure bollente ai quattro formaggi e visto il grado di
untuosità e la ressa che ormai si infittisce lungo le due sponde, mi
dirigo verso il 14 che anche di domenica non si smentisce e mi lascia
una mezz’oretta a ibernare davanti alla Coin. Menomale che tra un mese
sarà già primavera e il Mercatone diventerà ancora più colorato!