da Fragmenta numeroNOVE marzoduemilacinque
FISICA E STORIA DELL'ARTE, LE DUE FACCE DEI
BENI CULTURALI.
Intervista a Mario Milazzo
a cura di
Federico Colombo
Spesso quando si pensa alla fisica si immaginano subito difficili
formule matematiche, lavagne piene di indecifrabili diagrammi, teorie
che spiegano il funzionamento dell’universo o professori che si occupano
di materie che nulla hanno a che fare con la vita di tutti i giorni; non
si pensa certo all’arte e ai beni culturali in genere.
Incontrando il professor Mario Milazzo abbiamo
invece conosciuto una persona simpatica e concreta che per passione ha
deciso di applicare alcune tecniche fisiche per studiare e aiutare a
conservare le opere d’arte.
Laureato in Fisica, è dal 1988 ordinario di
Metodologie di Fisica per i Beni Culturali (corso di laurea in Fisica).
Attualmente si occupa di tecniche di analisi non distruttive:
riflettografia in infrarosso, XRF, analisi termografiche e
radiografiche. Ha svolto numerose indagini per svariati musei milanesi
(Pinacoteca di Brera, Poldi Pezzoli, Museo Archeologico) e lombardi
(Museo del Duomo di Monza). Ha partecipato alle misure in occasione del
restauro dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, ha svolto analisi e
misure di datazione sulla Corona Ferrea di Monza e attività di misura
per le vetrate della Certosa di Pavia.
È anche docente del corso di Archeometria ed è incaricato del
laboratorio di Archeometria e del corso di Metodologie Fisiche per i
Beni Culturali (corso di laurea in lettere).
Può dirci come ha deciso di occuparsi di beni
culturali nonostante la sua laurea in Fisica?
Guardi, è iniziato tutto un po’ per caso però se non mi avesse
interessato e incuriosito avrei lasciato perdere ma poi ho visto che era
un campo interessante e divertente e così ci lavoro già da un po’ di
anni.
Ho anche chiesto di cambiare formalmente il mio titolo da professore di
Fisica generale in Fisica applicata ai beni culturali.
Quanti professori di fisica si occupano di Beni
Culturali in Italia?
Per anni sono rimasto da solo, ora tra Milano, Firenze, Lecce e
qualche altra università saremo in sette od otto.
Può illustrarci brevemente le tecniche che lei e
i suoi collaboratori usate nel vostro laboratorio?
Noi usiamo principalmente quattro tecniche tutte assolutamente non
distruttive per studiare i beni archeologici e architettonici. La
riflettografia infrarossa è una metodologia di indagine che si applica
in genere ai dipinti e ai manoscritti; essa permette di visualizzare il
disegno (denominato disegno sottostante o underdrawing) dell’autore
presente sotto lo strato pittorico; questo è importante perché permette
di scoprire le variazioni in corso d’opera (i cosiddetti pentimenti) e
l’estensione di interventi di restauro.
Questa stessa tecnica si utilizza per rendere maggiormente leggibili
antichi testi su pergamena o papiro anneriti dal tempo.
La termografia permette invece di misurare la temperatura degli oggetti;
questa viene visualizzata come una scala di colori che va dal blu scuro
per le zone più fredde al rosso chiaro per le zone più calde. È
possibile usare la termografia per individuare finestre e porte murate o
il distacco degli intonaci dovuto all’umidità.
La spettrofotometria e la XRF (X-Ray Fluorescence) permettono invece, la
prima grazie alla riflessione della luce e la seconda all’emissione di
raggi X, di determinare la composizione dei materiali di cui sono
formati oggetti e dipinti; per esempio è possibile stabilire se un certo
pigmento blu usato per un affresco contiene o meno del lapislazzuli.
C’è qualche scoperta legata alla sua attività
che più la ha colpita?
Quelle che più mi hanno colpito riguardano la corona ferrea
custodita al duomo di Monza e che abbiamo analizzato qualche anno fa.
Vede, la corona ferrea ha sei piastre (in origine erano otto) ognuna
delle quali ha quattro lastrine; osservando queste lastrine si nota che
tre hanno colori e foggia leggermente diversi.
Un’ulteriore analisi ci ha rivelato che gli smalti e i vetri avevano una
composizione diversa e così abbiamo ritenuto che fossero dei rimpiazzi
più recenti; poi inaspettatamente abbiamo trovato della cera in uno dei
castoni di queste tre piastrine diverse e in uno dei castoni delle altre
e abbiamo fatto eseguire la datazione con il carbonio radioattivo (C14)
ed è risultato che le lastrine diverse sono più antiche, del tempo di
Teodorico, cioè quelle originali, mentre le altre sono di epoca
successiva, probabilmente un restauro fatto eseguire da Carlo Magno,
evidentemente una persona a modo, imitando le lastrine superstiti.
La seconda scoperta è che il famigerato anello di ferro, riportato su
tutti i libri, in realtà è fatto di argento purissimo!
Qual è, a suo giudizio, il rapporto tra
scienziati e umanisti nell’ambito dei Beni Culturali?
Purtroppo devo ammettere che il rapporto non è dei migliori,
soprattutto nel mondo accademico è di estraneità reciproca; c’è da dire
però che è più facile lavorare con gli archeologi che con gli studiosi
di storia dell’arte.
È sorprendente constatare come sia poco diffusa la consapevolezza
dell’importanza dei metodi scientifici nello studio dei beni culturali;
tanto più che lo studio e la tutela non sono nettamente separabili,
infatti determinare lo stato di degrado è utile per ottenere
un’indicazione dell’età dell’ oggetto e delle tecniche migliori per la
conservazione, viceversa un’analisi stilistica dell’età può orientare la
scelta delle indagini scientifiche da svolgere.
Secondo lei quale dovrebbe essere la formazione
di chi si occupa di Beni Culturali?
Oltre agli archeologi e agli storici dell’arte, la cui formazione è
più che adeguata, dovrebbe venir introdotta la figura del conservation
scientist cioè, come definito nel seminario dell’ICCROM [International
Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural
Property] tenutosi a Bologna nel 1999, uno scienziato con una laurea in
una delle discipline scientifiche naturali o fisiche (geologia, chimica,
fisica, ecc…) e dotato di una ulteriore conoscenza nel settore della
conservazione (storia, tecnologie pratiche per la conservazione, ecc…)
che gli permetta di interagire all’interno di un team interdisciplinare.
Non ritiene che le attuali lauree triennali in
“Scienze dei Beni Culturali” e “Tecnologie per la Conservazione dei Beni
Culturali” abbiano introdotto questa figura professionale?
Sinceramente no, nel primo caso si ha la formazione di un laureato
che abbia “anche” una conoscenza dei metodi scientifici e possa
valutarne i risultati; nel secondo caso si dovrebbe creare un esperto
capace di operare direttamente nelle applicazioni dei metodi di analisi,
tuttavia dopo soli tre anni di formazione non potrebbe che essere
assegnata una funzione esecutiva.
Per la formazione di chi debba eseguire materialmente la conservazione e
il restauro dei beni ci si deve necessariamente rivolgere ad altre
scuole.
Lei è stato relatore di più di cento tesi in
fisica, ma le è mai capitato di dare tesi anche per gli iscritti a
Lettere o Beni Culturali?
Ho avuto la richiesta di alcuni studenti di Lettere però per ora non
si è ancora concretizzato nulla. Non sono sicuro che si possa fare, ma
se si può sono ben contento di farlo, sarebbe forse il segnale che
qualcosa sta cambiando, che in un futuro ci sarà più comunicazione e
intesa tra fisici e storici dell’arte per proteggere meglio l’immenso
patrimonio culturale che abbiamo nel nostro paese.